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La crisi dei sistemi pensionistici
Stefano Nespor

I recenti provvedimenti adottati dal Governo in tema di pensione pongono alla ribalta un tema che da anni, non solo in Italia, è al centro di dibattiti e di conflitti.
La crisi dei sistemi pensionistici ha due cause: l'aumento dell'aspettativa di vita e il decremento delle nascite.
Nei Paesi dell'O.C.S.E. l'aspettativa di vita è fortemente aumentata ed è in rapido aumento anche nei paesi emergenti. Le principali ragioni sono il miglioramento delle condizioni sanitarie, igieniche e alimentari e, più in generale, l'aumento del benessere.
Attualmente, l'aspettativa di vita è di oltre 78 anni nei paesi ricchi, e di 67 anni a livello globale. All'inizio del XX secolo, era rispettivamente 50 e 30 anni.
In definitiva, viviamo tutti più a lungo che in passato e vivremo sempre più a lungo.
È una buona notizia.
L'aumento dell'aspettativa di vita è accompagnato da un altro importante fenomeno demografico, il decremento delle nascite, fenomeno anche questo più pronunciato nei Paesi ricchi, ma in via di estensione a livello globale. Attualmente, ogni donna ha una media di 2.6 figli su base mondiale; ma la media cala a 1.6 se si considerano solo i Paesi ricchi. La popolazione mondiale è quindi ancora in aumento, anche se ben più contenuto che in passato: nel 1970 la media globale era di 4.3 figli per donna. Secondo l'O.N.U., verso il 2050, allorché si giungerà alla media di 2.1 figli per donna, si verificherà una situazione di stabilizzazione della popolazione.
Le ragioni sono il diffondersi della libertà e dell'educazione della donna, l'invenzione della pillola e degli altri mezzi di controllo delle nascite che hanno sottratto la procreazione al caso, e poi, ancora, il benessere. È un'altra buona notizia.
Ma due buone notizie combinate insieme non producono necessariamente solo buone notizie.
Alla metà del secolo, nei Paesi ricchi 1 persona su 3 sarà un pensionato, e 1 persona su 10 avrà più di 80 anni. In conclusione, i Paesi ricchi (e dobbiamo includere nel gruppo anche alcuni Paesi asiatici emergenti come la Corea del Sud e la Thailandia) sono, e sempre più saranno, Paesi per vecchi: mai titolo è stato più ingannevole e fuorviante del romanzo di Corman McCarthy Non è un Paese per vecchi (riferito agli Stati Uniti) dal quale i fratelli Cohen hanno tratto un film che ha ricevuto vari Oscar nel 2008.
Uno dei risultati della combinazione di queste due tendenze demografiche, l'aumento dell'aspettativa di vita e il decremento delle nascite è, come si è detto, la crisi del funzionamento del sistema pensionistico: un problema che affligge in varia misura tutti i Paesi ricchi e rende oscuro il futuro dei possibili destinatari di benefici finora garantiti. Uno sguardo al passato chiarisce le ragioni di questa crisi. Quando sono state inventate, le pensioni (mi riferisco ovviamente alle pensioni retributive, la cui entità non dipende dalla quantità di contributi versati dal singolo interessato) erano una torta per pochi fortunati o per pochi duri. Il cancelliere prussiano Otto von Bismarck fu il primo ad attuare nell'anno 1870 un sistema pensionistico pubblico. La pensione era prevista per tutti coloro che raggiungevano i 70 anni dopo una vita lavorativa. L'aspettativa di vita in Prussia era, a quell'epoca, 45 anni.
Quasi 40 anni dopo, nel 1909, in Gran Bretagna fu introdotta una pensione di 5 scellini a settimana per gli anziani senza lavoro. Anche in questo caso, il limite fu fissato a 70 anni. L'aspettativa di vita in Gran Bretagna era 50 anni.
Nel 1935 un sistema di pensione generalizzata fu previsto negli Stati Uniti per gli anziani oltre i 65 anni di età (in precedenza, c'era un sistema pensionistico pubblico solo per i militari). Anche in questo caso, oltre l'aspettativa di vita, sia pure di soli tre anni.
Dati analoghi possono trarsi dalla storia pensionistica di tutti gli altri Paesi.
In sostanza, la pensione nella sua concezione originaria era una ricompensa per pochi, destinata a durare pochi anni. Non era dissimile da una lotteria: tutti i lavoratori pagavano il biglietto (lavorando per trenta o più anni), pochi vincevano il premio.
Oggi non è più così. Tutto ha cominciato a cambiare dall'ultimo quarto dell'ultimo secolo, a seguito dell'accentuarsi degli effetti dei due fenomeni sui quali ci siamo soffermati: aumento dell'aspettativa di vita e decremento delle nascite.
Questo significa che è aumentato il numero dei pensionati, e nello stesso tempo è diminuito il numero delle persone in età lavorativa. Per riprendere l'esempio, sono in continuo aumento i vincitori dei premi della lotteria, ma diminuiscono progressivamente coloro che comprano i biglietti.
Il Paese che, sotto questo profilo, è in peggiori condizioni è il Giappone: ci sono tre lavoratori per ciascun pensionato e le previsioni sono che saranno meno di due nel 2050. Molti degli altri Paesi ricchi non sono lontani da questo record.
Un altro fenomeno demografico deve essere preso a questo punto in considerazione per avere un quadro completo della situazione: il progressivo calo della presenza nella forza lavoro di soggetti di età superiore ai 60 anni (indipendentemente dal fatto di percepire o meno una pensione). In alcuni Paesi, il fenomeno comincia ben prima, verso i 55 anni. Paradossalmente, via via che l'aspettativa di vita aumenta, la presenza sul lavoro cala (la tabella è tratta da dati statistici dell'O.E.C.D.).

4. The proportion of older men in paid employmet 1983- 1994*

Country

Age

1983

1988

1993

1998

Canada

60-64
65-69

56
21

50
18

43
15

42
18

Germany

60-64
65-69

38
10

32
7

27
7

27
7

Italy

60-64
65-69

36
15

36
14

31
11

30
9

United Kingdom

60-64
65-69

53
13

49
11

45
12

46
15

United States

60-64
65-69

54
25

52
25

51
24

54
27

Source: OECD 2000 Pexentage of age group

La situazione è così descritta in un rapporto predisposto per il governo britannico (Pamela Meadows, Employment Relations Research Series No. 18 Retirement ages in the UK: a review of the literature).
Negli anni Cinquanta, l'età media di effettivo pensionamento in sette Paesi considerati (Gran Bretagna, USA, Francia, Germania, Italia, Canada e Svezia) era di 67 anni, due anni dopo il conseguimento del diritto alla pensione (mediamente, 65 anni).
A quell'epoca, l'aspettativa di vita media maschile in questi Paesi era di 76 anni.
La pensione durava quindi mediamente nove anni. Oggi, l'aspettativa di vita supera gli 80 anni. La pensione dura quindi quasi il doppio, sedici anni.
Da allora, la propensione al lavoro è, come abbiamo visto, calata: in molti dei Paesi considerati, l'effettiva uscita dal mercato del lavoro si colloca al di sotto dei 63 anni (percependo una pensione o comunque cessando di produrre contributi per le pensioni da erogare).
Dal momento in cui la pensione viene erogata non ai pochi che eccedono l'aspettativa di vita media, ma a tutti coloro che hanno davanti ancora molti anni prevedibili di vita, si esce dallo schema della lotteria al quale l'istituto era originariamente assimilabile. Il premio spetta indifferenziatamente a tutti e per tempi sempre più lunghi. Nel frattempo, il calo delle nascite e il contrarsi del tempo di attività lavorativa riduce il numero di quelli che pagano il biglietto e che, con i loro contributi, dovrebbero finanziare le pensioni.
Quella che prima era per lo Stato una spesa marginale nell'ambito dei progetti di welfare, volta ad integrare se necessario il gettito contributivo dei lavoratori in attività, si accresce sempre di più fino ad occupare spazi sempre più larghi del budget pubblico.
Ed infatti, gli allarmi si succedono con sempre maggiore frequenza da parte di tutti gli organismi che si occupano del problema. Secondo dati dell'O.E.C.D., la media della spesa pensionistica dei Paesi membri dell'organizzazione è del 7,2% del P.I.L., il prodotto interno lordo ed è mediamente il 16% del budget pubblico dei vari Paesi. Più o meno allo stesso livello della spesa sanitaria pubblica per gli stessi Paesi, molto di più di quanto si spenda per l'istruzione (mediamente 5% del P.I.L. nei paesi O.C.S.E.) o per la ricerca.
In Italia, tuttavia, la situazione è particolarmente allarmante: la spesa pensionistica è il 14% del P.I.L., il doppio della media dei paesi dell'O.E.C.D. e raggiunge il 30% del budget pubblico.
In sostanza, possiamo guardare alla spesa pensionistica da due diverse prospettive.
In sé considerata, è una torta che cresce sempre più di dimensioni, man mano che crescono coloro che hanno diritto ad averne una porzione.
Se invece ci mettiamo dal punto di vista della spesa pubblica, la spesa pensionistica è una fetta di una torta costituita dal complessivo budget statale: una torta destinata a coprire i bisogni della collettività da ripartire secondo principi e priorità che sono in parte imposte dalle condizioni economiche e sociali del Paese, in parte il prodotto di scelte politiche presenti e passate, quindi anche di lungo periodo.
Da questa seconda prospettiva, ogni fetta riservata ad una specifica destinazione toglie risorse ad altre. Spetta al Governo effettuare un bilanciamento tra bisogni e priorità delle diverse destinazioni della spesa pubblica, ed ottenere una ripartizione il più soddisfacente possibile, tenendo conto che la spesa pubblica non può essere incrementata a dismisura, ed anzi,come si sa, è già a livelli abnormi, sicché dovrebbe essere, in realtà, ridotta. I vari governi si trovano quindi di anno in anno a dover decidere non solo come ripartire la torta della spesa pubblica, ma anche quali fette tagliare.
Il risultato è che non è possibile avere nello stesso tempo un'istruzione pubblica di buon livello, una ricerca competitiva, interventi umanitari armati in giro per il mondo e un pensionato soddisfatto. Vanno fatte delle scelte. In questa prospettiva, le dimensioni della fetta riservata alle pensioni - la torta pensionistica, secondo la prima prospettiva - sono così cresciute da assorbire risorse finanziarie che potrebbero essere liberate e destinate a istruzione, ricerca, sviluppo tecnologico, protezione dell'ambiente, altri investimenti produttivi: la comparazione con gli altri Paesi europei rende manifesto che il problema pensionistico italiano sia grave e debba essere risolto. Sono considerazioni ovviamente condivise da tutti i Governi che si sono succeduti negli ultimi decenni; tuttavia nessun Governo è stato in grado o ha avuto il coraggio di compiere scelte in una prospettiva di lungo periodo nell'interesse del Paese e di introdurre modifiche sostanziali al sistema pensionistico esistente, per non compromettere le proprie sorti politiche e elettorali. I pensionati attuali o potenziali costituiscono un serbatoio di voti ben più consistente e ben più potente politicamente di coloro che difendono gli interessi della ricerca o dell'istruzione.
Quali sono le scelte possibili per correggere la tendenza attuale?
Possiamo escluderne subito due: la diminuzione delle singole pensioni, in modo da mantenere invariata la torta, o l'aumento dell'imposizione fiscale per garantire il suo progressivo incremento. La prima si scontra contro diritti acquisiti dei pensionati, la seconda contro l'aspettativa di tutti i contribuenti a non vedersi incrementare un livello di tassazione già altissimo (che tutti i Governi ritualmente promettono di ridurre).
Passiamo alle scelte concretamente possibili: sono molte, e combinabili tra di loro.
Vediamone alcune, con un avvertimento: tutte presentano vantaggi e svantaggi, pregi e difetti. Il principio da seguire per qualunque discussione è comunque quello di non dimenticare che le prospettive da utilizzare, quando si parla di pensioni, sono due.
Bisogna pensare sia ad una torta da ripartire tra i destinatari, sia alla fetta di una torta più ampia, che è il risultato a sua volta di una ripartizione tra più destinazioni. Nella prima prospettiva, la crescita della torta tende a garantire i trattamenti pensionistici di un numero crescente di aventi diritto. Nella seconda, la crescita della fetta sottrae risorse ad altre destinazioni: quanto più si allarga, tanto più le altre si restringono.
Come si è detto, non si può avere insieme tanta salute, tanta istruzione, magari tanti interventi umanitari, ed anche tante pensioni. Si deve scegliere. L'assenza di scelta è comunque una scelta, quella di mantenere la situazione attuale.
Dunque, la prima possibilità è quella di aumentare l'età pensionabile e quindi l'età di uscita obbligatoria dal lavoro. È questo il principale strumento previsto per le riforme pensionistiche nei Paesi dell'O.E.C.D., ove l'età 'standard' per la pensione è fissata a 65 anni con limiti generali più elevati in Islanda, Norvegia e USA e limiti particolari per specifiche categorie di lavoratori (in genere, magistrati, docenti universitari, alti funzionari pubblici). Anche l'incremento del limite di età per le donne, in modo da portarlo allo stesso livello di quello degli uomini, disposto dal Governo italiano dopo numerose pressioni e l'apertura di procedimenti di infrazione da parte dell'Unione europea, serve a questo scopo, oltreché a quello di garantire alle donne parità di diritti lavorativi rispetto agli uomini. Una seconda possibilità è quella di eliminare il pensionamento obbligatorio per età, in via generale o per alcune categorie di lavoratori. In tre Paesi, inoltre - Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda - è stato eliminato il limite di età lavorativa, in via generale o per alcuni settori, giustificando questa scelta con l'obiettivo non solo di ridurre l'aggravio pensionistico, ma anche di attenuare la discriminazione lavorativa basata sull'età (si tratta di un tema che, nell'Unione europea, è stata affrontata dal Trattato di Lisbona). È un percorso delicato, in quanto può aprire la strada ad altre pericolose discriminazioni, ma l'esperienza dei tre Paesi suddetti sembra, al riguardo, positiva e gradita alla collettività.
C'è poi la possibilità di collegare l'età pensionabile con l'aspettativa di vita. È questa una soluzione che è stata introdotta sperimentalmente in Danimarca e fa parte del progetto italiano recentemente elaborato dal Governo. Essa ha un importante contenuto di equità intergenerazionale, con riferimento sia alle generazioni passate, in quanto garantirebbe agli attuali lavoratori un periodo di pensionamento non sproporzionatamente eccessivo rispetto a quello del quale hanno goduto i lavoratori che lo hanno preceduto, sia con riferimento alle generazioni future, che avrebbero la certezza di poter godere di benefici analoghi a quelli dei lavoratori attuali.
C'è infine la possibilità di controbilanciare l'unica delle due cause della crisi del sistema pensionistico attuale cui è possibile intervenire. Non si può infatti ridurre l'aspettativa di vita, ma si può compensare il decremento delle nascite, con adeguate politiche immigratorie. Ogni immigrato con la sua famiglia fa quello che non facciamo più da soli: aumenta il numero di quelli che comprano il biglietto per distribuire i premi-pensione.
Ogni politica di immigrazione pone delicati problemi di inserimento, di adattamento, di educazione. Ma ogni politica anti immigrazione è una politica che aggrava il problema del sistema pensionistico, riduce le possibilità competitive del Paese nel suo complesso e scarica sulle generazioni future costi e svantaggi di enorme portata.
Come si è detto, molte di queste possibilità possono essere sfruttate in modo combinato, ed essere attuate gradualmente, in modo da evitare fratture. Quello che è certo, è che nei prossimi anni assisteremo a importanti revisioni del sistema pensionistico diffusosi poco più di cento anni orsono nei Paesi ricchi, onde evitare il verificarsi della profezia formulata dall'Economist in un rapporto sull'argomento (27.06.2009): la fine del pensionamento.

 

 

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