RISPOSTA A PIETRO ICHINO «L’esperienza dimostra che un sistema di incentivi spesso viene“deviato” a fini clientelari»
Ma i fannulloni sono l’ingiustizia più grave?
La valutazione della produttività nel pubblico impiego, e in particolare in quello che non opera sul mercato, non è questione semplice da risolvere, pur essendo stata oggetto di approfondite ricerche con strumenti sofisticati.
di STEFANO NESPOR
Ci sono dipendenti pubblici che, nonostante lo scarso o addirittura nullo rendimento nello svolgimento delle mansioni affidate, non vengono mai licenziati, in questo modo danneggiando l’efficienza dell’amministrazione e precludendo l’accesso a giovani o comunque a soggetti più meritevoli. Questa tesi di Pietro Ichino ha provocato un dibattito cui hanno partecipato, tra gli altri, Michele Salvati e Paolo Leon, seguito con attenzione sulla stampa quotidiana e periodica. Nel forum aperto dal Corriere della Sera, questa tesi in brevissimo tempo ha accumulato oltre 1500 interventi, per lo più adesivi.
Il tema merita certamente attenzione, soprattutto in un momento in cui il governo impone sacrifici a tutti per contenere la spesa pubblica e riaggiustare i conti (anche se, va detto per inciso, è un tema tutt’altro che nuovo, risalendo, nelle sue prime formulazioni, al periodo immediatamente successivo all’unità d’Italia). Il volume di Ichino fa riferimento, genericamente, all’amministrazione pubblica e lo stesso termine è usato a più riprese, anche al plurale – “Amministrazioni pubbliche”. Nell’introduzione, si parla di “amministrazione statale” (giustapposta alle ferrovie e alle poste); di “settore pubblico” contrapposto al settore privato (quindi comprensivo di ferrovie e poste).
A ciascuna delle espressioni usate corrisponde una diversa quantità di dipendenti pubblici.
Chi sono i dipendenti pubblici
Così, i dipendenti dell’amministrazione statale in senso proprio (quindi gli impiegati dei ministeri) sono poco meno di 240 mila unità. Se consideriamo i dipendenti dello stato in una accezione più ampia, dobbiamo considerare anche il massiccio esercito – oltre 1 milione e 100 mila persone – dei dipendenti del ministero della pubblica istruzione, certamente uno dei maggiori datori di lavoro al mondo per numero di dipendenti; poi polizia e forze armate – 450 mila unità –, magistrati e diplomatici – circa 13 mila unità. In questo modo, si arriva, più o meno, a 1 milione e 800 mila dipendenti: meno della metà dei 3.500 mila che sono indicati nel libro.
Ci avviciniamo al numero indicato nel volume solo se prendiamo in considerazione non la sola amministrazione dello stato, ma tutti i datori di lavoro formalmente pubblici.
Dobbiamo in questo caso aggiungere regioni, enti locali, enti pubblici non economici, enti di ricerca, aziende autonome e università. Dobbiamo includere anche la sanità a livello locale, nonostante che sia stata da tempo “aziendalizzata” – è infatti organizzata in aziende sanitarie locali – e quindi assoggettata ad un regime privatistico più penetrante della semplice privatizzazione dei dipendenti pubblici introdotta nel 1992. Si perviene così a 3 milioni e 200 mila unità (300 mila unità in meno di quanto indicato nel volume). Tuttavia, anche questo criterio per definire l’amministrazione pubblica può essere limitativo.
Ma sono pubblici o privati?
Esso infatti non tiene conto di un largo numero di impiegati che dipendono da datori di lavoro divenuti formalmente privati (società di capitali per lo più) a seguito del processo di dismissioni e privatizzazione dell’economia avviato a partire dagli anni Novanta, ma sono rimasti sostanzialmente pubblici, in quanto tuttora l’amministrazione pubblica centrale o locale detiene una larga maggioranza (e spesso la totalità) del pacchetto azionario.
Anche questo personale, seppur operante in una logica di mercato, è sostanzialmente pubblico e i suoi costi, e le sue eventuali inettitudini gravano, sia pure indirettamente (attraverso la mediazione della partecipazione azionaria maggioritaria del governo), sulla collettività.
In questa categoria rientrano i dipendenti delle Poste, delle Ferrovie dello stato, dell’Alitalia, e, in aggiunta, delle centinaia di ex aziende municipalizzate (per esempio, le aziende autoferrotranviarie e quelle che erogano servizi pubblici) ora divenute società di capitali cui sono appaltati gli stessi servizi. In questo senso allargato i dipendenti pubblici superano certamente i 4 milioni di unità.
Ma proprio questo allargamento rende anche evidente che il termine impiegato pubblico, così come il termine pubblica amministrazione, si è diluito e sfuocato e denota situazioni affatto differenti: abbiamo infatti impiegati pubblici\pubblici perché non privatizzati, impiegati pubblici\privatizzati, impiegati privati\pubblici (dipendenti da datori di lavoro privati con capitale pubblico).
Per verificare la fondatezza della tesi di Ichino vale la pena di tenere conto del dato allargato: mi sembra ragionevolmente certo che l’autore ritenga che anche nell’ente Poste e nelle Ferrovie dello stato, ancorché private, si annidino nullafacenti mantenuti dalla collettività.
La produttività nella P.A.
Un primo punto è la necessità di individuare i dipendenti pubblici “di fatto improduttivi”.
Purtroppo, l’improduttività nella pubblica amministrazione non è così agevole da verificare. Per le pubbliche amministrazioni che offrono un servizio sul mercato, in condizioni non monopolistiche, la valutazione della produttività viene compiuta da anni. Per esempio, per le prestazioni offerte dalle aziende sanitarie sono stati elaborati – da varie regioni – strumenti sofisticati per misurare la produttività delle varie divisioni.
Ma come si fa a misurare la produttività di un cardiochirurgo di un’azienda pubblica? Dal numero di interventi eseguiti rispetto a un cardiochirurgo che opera in una struttura privata, o dal numero di interventi portati a termine con successo, o, ancora, dal rapporto successo\ costo? Analogo discorso può farsi per misurare la produttività di un docente universitario: si considera il numero di ore di insegnamento e di ricerca, o la soddisfazione degli studenti, o si valuta anche il successo che gli studenti ottengono compiuti gli studi o l’avvenuta pubblicazione delle ricerche su riviste di livello nazionale o internazionale (più semplice è la sola valutazione della produttività scientifica).
Assai più complesso è misurare la produttività dei pubblici dipendenti che non operano sul mercato o vi operano in condizioni di monopolio: per questi mancano ragionevoli comparazioni con strutture private (anche se talvolta la comparazione è stata fatta con analoghe strutture poste in altri stati). Il caso di scuola è il poliziotto di quartiere: la sua produttività va considerata ottimale se arresta molti delinquenti o se non ne arresta nessuno perché, con la sua sola presenza, senza fare nulla, mantiene l’ordine e la sicurezza pubblica? La valutazione della produttività nel pubblico impiego, e in particolare nel pubblico impiego che non opera sul mercato, non è quindi questione semplice da risolvere, ancorché sia stata oggetto di approfondite ricerche.
Gli incentivi all’efficienza
Secondo Ichino, è necessario «costruire un sistema di incentivi efficace». Se non si riesce, la responsabilità è dell’egualitarismo propugnato dai sindacati del pubblico impiego.
Ci sono però esperienze che portano a conclusioni diverse.
Uno di essi mi sembra particolarmente significativo.
Nel contratto collettivo nazionale di lavoro 1998\2001 del comparto autonomie locali (riguardante il personale di regioni, province e comuni, circa 550 mila dipendenti) venne previsto che ad impiegati della più alta categoria pre-dirigenziale (categoria D) potessero essere attribuite – con incarichi a termine ed a fronte di una apposita remunerazione aggiuntiva allo stipendio ordinario – posizioni di lavoro di particolare complessità, che richiedessero una specifica professionalità o esperienza. Per l’attribuzione di queste posizioni si sarebbe dovuto tenere conto della natura e della caratteristica dei programmi da realizzare, dei requisiti culturali, della capacità professionale e della esperienza.
Era una buona soluzione per valorizzare i dipendenti più capaci, conferendo incarichi ad hoc per compiti per i quali avevano specifica esperienza e per favorire quindi l’efficienza dell’amministrazione.
I sindacati hanno partecipato a formulare queste disposizioni, ma non alla scelta dei dipendenti cui conferire gli incarichi. Il risultato è stato che la maggior parte delle regioni, dei province e dei comuni ha utilizzato questo strumento a fini puramente clientelari, scegliendo dipendenti affini all’orientamento politico delle varie maggioranze, senza in alcun modo curarsi dei requisiti di esperienza, professionalità, capacità richiesti.
Premi e ricorsi
In moltissime occasioni, non è stata individuata una posizione di lavoro per la quale si riteneva necessario un dipendente particolarmente qualificato, ma si è scelto il dipendente che si intendeva “premiare”, e poi si è ritagliata per lui una posizione di lavoro. Se la posizione non era disponibile, si allontanava (in genere con trasferimenti per ragioni organizzative) il dipendente che magari da tempo ricopriva la posizione (senza remunerazione aggiuntiva) per assegnarla al dipendente meno capace (con retribuzione aggiuntiva).
Centinaia di cause proposte da dipendenti ingiustamente non considerati o accantonati contro i rispettivi datori di lavoro pubblici sono state vinte in tutti i gradi di giudizio, avendo i giudici riconosciuto che gli incarichi sono stati attribuiti senza previe valutazioni dell’idoneità professionale del destinatario e senza alcuna motivazione per giustificare la scelta. Nella maggior parte dei casi, ai dipendenti ingiustamente accantonati è stato riconosciuto un risarcimento.
Così, una disposizione prevista congiuntamente con i sindacati per favorire la professionalità e perseguire maggiore efficienza nell’amministrazione è stata trasformata dai datori di lavoro pubblici (non dai sindacati), nel pieno rispetto della tradizione, in uno strumento per erogare premi economici in modo clientelare, ovviamente senza curarsi di professionalità o produttività, per di più utilizzando mezzi finanziari della collettività per risarcire i dipendenti ingiustamente danneggiati. La responsabilità di tutto ciò, e il conseguente danno all’amministrazione, non è dei dipendenti (nullafacenti o meno), ma dei politici e dei dirigenti di loro fiducia (sul punto, si veda oltre), che hanno “deviato” una norma predisposta per migliorare l’efficienza.
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Ci sono certamente anche molti casi in cui datori di lavoro pubblici e sindacati vanno perfettamente d’accordo nell’arrecare danno alla pubblica amministrazione e alla collettività. Più che altro accordi spartitori Ma lo scarso rendimento conta di più nella P.A. L’Amministrazione resta |
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